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fra Giuseppe Verdi e Opprandino Arrivabene
in collaborazione con SMARTIKA

STORIA DI CASA VERDI

A raccontare Casa Verdi il testo che Lorenzo Arruga, critico musicale oltre che regista e librettista, ha scritto per la pubblicazione Il riposo dell'artista - La “Casa Verdi” di Milano edito dal Touring Club Italiano nel 2002.

CASA VERDI

“Casa Verdi”. La chiamano così, da sempre. Niente “Casa di Riposo per Musicisti”, anche se quel “riposo”, voluto proprio da Verdi è così intenso e geniale; niente parole come istituzione, fondazione, istituto. Semplicemente “Casa Verdi”, come abitasse lì, come se chi va in quel luogo lo potesse incontrare. E lì è sepolto. C'è la cripta, solenne e un po' del gusto che riesce a essere insieme austero e quasi sovrabbondante, che è del poeta e librettista Boito e anche di suo fratello Camillo, architetto di questo palazzo.

Qualcosa di severo e di sontuoso, di non perfetto, ma di ordinato e simbolico, che è un po' il segno del teatro d'opera, e viene voglia, entrando, di saper cantare l'opera per poter pregare così, come faceva lui, laico e dubbioso ma costretto ad ammettere la necessità  di pregare proprio mentre faceva cantare.

Verdi è lì, morto, con accanto la sua sposa Giuseppina Strepponi. Un'indiscrezione che nasce da qualche confidenza dei discendenti del Maestro insinua che lui avesse pensato di aver tomba nella villa amatissima a Sant'Agata; e che poi, dopo aver scelto il nuovo luogo definitivo dell'ultimo riposo, avesse spiegato ai parenti: “Vi tolgo il fastidio di troppa gente che verrebbe a visitarmi da morto a casa vostra!”.

A Milano sanno tutti dov'è Casa Verdi. Chi non lo sa, è uno che viene da fuori, e se lo chiede a un passante, riceve pronta risposta. Quasi curioso questo fatto, che con tanta naturalezza un'iniziativa, un'istituzione, un luogo, una comunità , si siano inseriti familiarmente nell'esistenza di una città  dura e spesso indifferente come Milano.

Qualcosa di radicato, dentro la storia irrinunciabilmente. Pare che lo confermino i sondaggi, sui luoghi e sulle cose riconoscibili dei milanesi. Ma basta abitare a Milano per esserne sicuri. Si entra e si sente la storia che non invecchia. La modernità , l'aggiornamento, insomma la moda invecchiano. Le cose motivate, che esprimono una ragione buona, un'intelligenza concreta, un'occasione grande, vivono, proprio per quel che sono e senza uscire da un'immagine legata al loro tempo, la continuità  della storia.

Lì, in quel bell'ambientone ottocentesco, con le finestre grandi e gli spazi ampi, con i mobili che ci ricordano a volte quelli che abbiamo sempre visto nelle nostre case da generazioni, ma con qualcosa di importante, di intimo e solenne, ci si trova a proprio agio. Come in una casa della memoria che vorremmo lasciar sempre intatta, custodirla, con affetto.

IL RIPOSO DEI MUSICISTI

Questa casa è, come tutti sappiamo, costruita per accogliere il riposo dei musicisti “dove quanti hanno vissuto nella. Musica, nel teatro, trovino acquietamento, conforto, giusto agio vitale per le stagioni estreme. Senza distinzioni, in un vero concerto di uguaglianze, nel sovrano rispetto della dignità umana”, come scriveva, nel volume curato da Guido Lopez, quattordici anni fa, Gianandrea Gavazzeni.

Chi siano questi musicisti, Gavazzeni stesso spiega: “Chi ha vissuto e vive dentro il teatro e la musica conosce bene quanto diverse siano le sorti, le fortune, le ascese al successo e alla fama sino ai decadimenti e ai tramonti. Artisti di lungo successo, o di breve durata; ancoraggi coniugali o familiari sicuri oppure solitudini irresolute. Guadagni finanziari custoditi nel risparmio o sperperati nell’illusione che la vita potesse sempre proseguire con la fortuna in fronte oppure parsimoniose cautele polverizzate dalle vicende monetarie generali”.

Per il sociologo, questa sarebbe ed è materia di documento e inchiesta; e lo psicologo può qui studiare molti pensieri e sentimenti estremi. Ma per Verdi, per tutti coloro che ora ne seguono la linea mentale, non si tratta di casi, bensì di persone. E non persone consuete, ma artisti: gente che ha covato nel suo cuore le promesse dei segreti da rivelare, gli ardimenti e i gesti solitari da compiere nella speranza che diventino patrimonio di tutti; gente che nella vita ha avuto il coraggio di compiere una scelta alla conquista di un’utopia. Gente, per di più, come i musicisti abituati a un lavoro duro di intrecci fra teoria e gesto, fra matematica sublime e pronte intese, tra le stanchezze del mestiere e il lumicino che sta acceso a ricordarne le ragioni...

Verdi conosce bene questa gente; e non li vuole organizzare, ordinare, assimilare in un modello; e non li vuole mettere in un qualcosa che significhi uno stato diverso da quel che hanno vissuto e quel che sono. Per questo è come se abitasse tra loro, come se fosse lui l’ospite nelle loro case.

Ognuno può portare con sé, arrivando alla Casa di Riposo, la propria roba, arredando la propria stanza o riempiendola di ciò che più gli è caro. Uno può vestire come ha sempre fatto e come crede. Una volta, e temo ancora adesso, in molti di questi luoghi si chiedeva addirittura una divisa da indossare: ragioni pratiche. certamente, dettavano questa impostazione un po’ militaresca, ma con un sottile substrato ideologico. Verdi lo proibì decisamente e duramente; era così naturale, era così coerente e logico; ma a guardare le più vecchie fotografie di Casa Verdi, sembra un po’ di vederli in qualche cosa che rassomiglia a un’uniforme, questi cari Ospiti artisti: un’impressione, forse, un sospetto. Tutto è lento e faticoso, quando ci si mette in cammino per riscoprire la più naturale libertà...

Si entra, dunque, in Casa Verdi e ci si accorge subito che le persone son persone, e la vita è la vita. Nessun modello, nessuna finzione sulla bontà e saggezza mite della terza età. Ma se la vita è la vita, ci saranno tensioni e solitudine, piccolezze e intralci, anche baruffe, anche cattiverie. Non credo che ci sia un’età - neanche l’infanzia - che ne sia esente. Ma ciò che Verdi ha intuito e offerto dall’inizio, senza spiegarlo, è che la dimensione generale cambia se a un artista si offre l’aristocrazia di un luogo, l’agio del non sentirsi imprigionato, la non oppressione dei rapporti di vicinanza. E non c’è luogo della casa dove chi riceve gli amici o i parenti debba chiedere scusa, o faccia un po’ di pena. Pare di poter cogliere, in tutto, quella straordinaria concretezza da contadino colto, che Verdi ebbe sempre in ogni sua iniziativa.

Quando ad esempio donò l’ospedale di Villanova, e insistette perché vi fossero le suore ad assistere i degenti. dovette rintuzzare le osservazioni anticlericali: gli bastò però fare il confronto tra il modo soave ed esperto, o almeno pulito igienicamente e organizzato con cui le suore assistono í malati e l’immaginazione di come si comporterebbero le ragazze di campagna in quel mestiere improvvisato, per far sentire le ragioni della scelta. C’è, nella precisione attenta ed esigente di Verdi, in coerenza con il suo modo di pensare il teatro, il mettere in scena: non riconoscersi nel gesto che compie, nelle intenzioni, ma volerlo fare nel risultato concreto, in ciò che accadrà passo a passo nella realtà... Casa Verdi non è perfetta, ma è cresciuta con l’abitudine a discutere i problemi concreti, non a celebrare la bontà dei donatori, che pur rimane nel cuore degli Ospiti e di tutte le persone dabbene, o a qualificarsi come istituzione esemplare: Casa Verdi è ciò che si vive giorno per giorno, su questo, fin dai tempi dei primi eredi di Verdi, si misura.

LA MUSICA IN CASA VERDI

La prima impressione che colpisce. entrando a Casa Verdi, non è l’ordinamento della vita. È il suono. Arriva da lontano e da vicino musica: suoni di pianoforte, di violino, a volte d’organo; c’è spesso qualche voce giovane che ripassa o studia qualche aria d’opera. E può persino capitare di udirne di non più giovani che si ripassano qualche romanza.

Camminando si incontrano gli strumenti: i pianoforti a coda o a mezza coda, il grande organo nel salone dei concerti. Vi sono infatti gli strumenti che permettono ai musicisti di continuare il loro rapporto attivo con la musica. Quale rapporto! È una realtà non confidatile, recondita, che a volte certe fotografie riescono a spiare. Negli sguardi, nelle mani, in una certa sospensione di tutta la figura protesa, si rivela in barlume il rapporto unico dell’età e forse anche della condizione di questi artisti. C’è la memoria di quanto ciò che stanno suonando ha significato, accompagnando la loro vita: un ricercarsi, un ritrovarsi. Talora la musica si manifesta in loro con una specie di ebbrezza antica, che godono golosamente. C’è una gran voglia di comunicare: la musica tende sempre a darsi. Non si può misurare, ma il pudore della violinista e l’espansione affettuosa della pianista che suonano insieme in una di queste fotografie ci fan venire una gran voglia di ascoltarle...

In altre immagini, c’è anche qualche cosa di più radicale. C’è l’attesa del suono rievocato come in un rito magico o in una seduta di autocoscienza; anzi, più in là di tutto questo, come un rapporto decisivo che si debba compiere. L’accordatore che dispone con una pignoleria doverosamente maniacale ogni condizione perché lo strumento risponda a ogni sollecitazione; c’è l’organista che attende, sospesa e quasi atterrita, l’istante in cui tutto ciò che è stato la sua vita ordinata nella fantasia musicale torni a manifestarsi. Questa libera vicinanza alla musica, questo sentirla alle radici, non più in funzione a un concerto o di una perfezione esecutiva, ma come pura attesa di rivelazioni personali, come pura esperienza di sentirsi vivi con pienezza sembra quasi contrastare con il carattere e le abitudini di Verdi, così esigente, draconiano, crudele nei confronti dei suoi esecutori.

Qui è come approdato a qualcosa di più importante delle valutazioni e delle distinzioni, è come se la celebrazione del far musica lo spingesse verso il fondo della sua verità, senza gradualità di privilegi e di importanze. Viene in mente che Verdi, per l’insofferenza alle celebrazioni personali, per idiosincrasia verso i pettegolezzi, insomma nel suo stile, volle che la Casa di Riposo fosse inaugurata dopo la sua morte. Viene quasi da associare questa disposizione con l’atteggiamento del Maestro che qui sembra pensare postumo, da morto, laddove le distinzioni di merito sono tutt’altra cosa e chi muore lascia a chi resta il dubbio compito di continuare ad azzardare giudizi storici, così precari e limitati. La musica è altro, è oltre. Vidi una volta, a una prova proprio della Messa da Requiem di Verdi eseguita da un volenterosissimo coro e da un’orchestra appassionata, un vecchino e una vecchina, seduti vicini, che per tutto il tempo si tennero per mano.

IL MONUMENTO A VERDI

Verdi sta anche davanti alla Casa di Riposo. Alto su un grande piedistallo, le mani unite dietro a sé, sotto la giacca, guarda lontano. È il monumento affidato a Enrico Butti, inaugurato il giorno del Centenario Verdiano, 10 ottobre 1913; monumento antiretorico, il Maestro è in atteggiamento rilassato. Immagine familiare ai milanesi, di quest’uomo partecipe che però sta anche un poco sulle sue e guarda lontano. Monumento casereccio coltivato con una specialità dei tempi democratici, secondo Alberto Savinio, nel 1944:

“Un passante appena più alto degli altri passanti, e che sta sempre fermo. Ma quando l’acqua, come oggi, viene giù a catinelle, è una pena vedere il nostro padre melodico esposto al diluvio a testa nuda e senza paltò. Si vorrebbe scavalcare la ringhierina di ferro battuto, aiutare il buon Maestro a scendere dallo zoccolo, dargli una mano per fargli attraversare la strada, accompagnarlo sotto l’ombrello dentro la Casa di Riposo”.

Dentro la Casa di Riposo, naturalmente prima dell’inaugurazione, Verdi vi era stato molte volte, si aggirava per controllare, nell’impazienza che i lavori finissero, perché tanto era preciso, tanto ne era insofferente; e si aggirava anche per contemplare con una sua soddisfazione quella che, come è risaputo, considerava l’opera più bella della sua vita.

Nella prima pubblicazione sulla Casa di Riposo, edita da Ricordi, Leawington non riesce a escluderlo dalla descrizione delle stanze e del panorama che dalla Casa si vede:

“I refettori sono due ampie sale illuminate, ciascuna da due delle finestre bifore della facciata: prospettano, quindi, la piazza Michelangelo Buonarroti, donde si allarga un campo di vista sterminato, coronato lontanamente dai candidi pinnacoli del Duomo e più lontano da una fluttuante linea di fantasmi montani: sono le colline della Brianza, i monti del Comasco, che vagamente, con fluttuanti linee scendono alle vallate. È lo spettacolo areato, espanso al sole che il Grande Maestro tante volte s’indugiò a contemplare dalle terrazze laterali della casa. In piedi o seduto, immoto, con quell’acuto suo sguardo fosforescente, fermo o errante nervosamente, in quei supremi anni della gloriosa sua vita chi può dire quali pensieri accarezzasse, quali visioni risalutasse, quali ricordi, quali rimpianti, quali gioie o quali dolori a vicenda l’allietassero o lo turbassero. Evidente in ogni modo che certe sue pause (che talora si prolungavano, s’addensavano in veri silenzi) erano, o parevano, piene di tristezza, evidente che quel certo suo parlare a scatti, con voce fioca, rotta da secche risatine esprimeva un’emozione convulsa: signifcantissima, in ogni modo, per noi quell’aria che alla fine ricomponeva le linee del suo volto in un’espressione di pacata, conscia, quasi solenne soddisfazione, destituita d’ogni più tenue ombra d’orgoglio volgare’’.

LA COSTRUZIONE E LE ORIGINI

La storia delle origini di Casa Verdi è documentata nel bellissimo libro, curato da Guido Lopez, che la Fondazione Giuseppe Verdi ha pubblicato nel 1988: un’occasione per trovarsi in mezzo a documenti e immagini. Vicenda interessante, fattiva, quella della costruzione. Testimonianza di quelle azioni che si compiono, o almeno le persone di talento e generosità compiono, ancor prima di avere uno scopo prefissato ma già determinati sul senso di questo scopo. “Ho acquistato, è vero”, scrive Verdi a Giulio Ricordi nell’ottobre 1889, “tremila metri di terreno non fuori di Porta Vittoria, ma di Porta Garibaldi. Come altre volte, potendo disporre di qualche somma ho acquistato titoli di rendita, così ora offertami l’occasione ho comperato questo terreno, ma senza idea fissa di quello che ne farò o ne potrò fare. È denaro impiegato, bene o male non so, ma senza progetto”. Quale importante destinazione potesse avere questo acquisto cominciava a profilarsi negli anni successivi. Verdi era restio a concedere piccoli sussidi, prestiti, aiuti a breve termine.

Andava invece maturando il desiderio di aiutare quelli che chiamava compagni meno fortunati. Voleva però programmare questo aiuto, non soltanto alla grande, ma anche con precisione assoluta, per cui voleva essere informato su che cosa potesse contare delle sue rendite fino all’ultimo centesimo. Nel 1895, comunque, Verdi e la moglie vennero a Milano a incontrarsi con Camillo Boito, architetto a cui sarebbe stato affidato il progetto della Casa, l’appalto dei lavori dato ai fratelli Noseda, imprenditori edili, è del 16 aprile di quell’anno. Sul contratto si legge per l’ultima volta “Ricovero per Musicisti”. Ma subito dopo si cominciò a seguire la precisa indicazione di Verdi, che non vorrà mai parlare di ricovero, ma di riposo, non di ricoverati ma di Ospiti: “I miei Ospiti”, diceva. Appunto, gli Ospiti di Casa Verdi, come continuiamo a sentirli.
Le spese sfondarono il preventivo, e per parlare del valore del patrimonio immobiliare costituito dal terreno e dall’edificio possiamo leggere la denuncia, che porta a 412.369 lire.

Ma si tratta di una cifra legata alla tassa del Registro, quindi è da pensare che sia minore della realtà. È molto difficile riuscire a valutare una cifra espressa in moneta, quando le condizioni del potere d’acquisto sono così differenti da secolo a secolo, ormai quasi di anno in anno. Ma, tanto per farci un’idea, nel più vecchio documento di Casa Verdi, 8 giugno 1892, leggiamo che un certo Giovanni Riccardi si impegna a tenere sgombro il luogo e con l’erba tagliata per 50 lire l’anno.

Casa Verdi, all’inizio, nasce per cento Ospiti, in proporzione equilibrata fra uomini e donne (non oltre sessanta e quaranta). Non ci sono camerate, ma stanze, e all’inizio è previsto che siano non singole, ma per due persone: in modo che possa esserci assistenza vicendevole. È escluso ogni tipo di uniforme (all’inizio però si cercò di instaurare almeno uno stile, vestendo tutti gli uomini dell’ultimo Verdi...).

È una condizione che mutò negli anni, sia nella struttura della casa, che fu ampliata, sia nel proporzionare le nuove possibilità di vivere una privacy decorosa alle esigenze di assistenza e aiuto. Cucine, bagni, naturalmente furono via via adeguati alle possibilità del progresso. Insomma, Casa Verdi è uno dei rari luoghi dove, leggendo i documenti e osservando l’edificio e conoscendo le persone, si ha l’impressione di qualcosa di onesto e coerente, di un’idea ben fondata che procede con naturalezza, senza illusioni, ma senza debolezze.

LA COLLEZIONE D’ARTE DI VERDI

Casa Verdi mette gli Ospiti anche a contatto con le più significative cose di Verdi stesso, in particolare l’appartamento del Maestro quando viveva a Genova, in Palazzo Doria, privatissima abitazione, in cui pochi amici venivano ammessi.

Ci sono dunque mobili datati, di un gusto che oggi può anche fare un po’ sorridere, con la possibilità peraltro di ritornare prestissimo di moda: ad esempio la Sala Turca, arredata alla moda orientale, come in Europa si respirava a fine Ottocento. Soprattutto però ci sono quadri, cari al Maestro, su cui l’occhio dello studioso d’opera viene aguzzato golosamente.

Per esempio c’è il quadro di Domenico Morelli ispirato ai “Foscari”, del 1857. I Foscari erano una famiglia gloriosa di dogi veneziani, destinata alla rovina, calunniata, vinta...: chi ha in mente il quadro sontuoso del Delacroix e vede questo bozzetto del Morelli sente una profonda differenza di civiltà: qui l’anziano doge sostenuto affettuosamente dai parenti, in un’immagine di grande spessore umano e di pietà. Certo, l’opera di Verdi, del 1844, influì. È un documento, anzi un segno, di come lo sguardo verdiano abbia insegnato ad andare al centro della dignità umana nelle vicende.

Però c’è anche un altro quadro di Domenico Morelli, questa volta del 1876, che rappresenta “Gli ossessi”: e qui, in questo soggetto biblico, cìò che colpisce è soprattutto la grande e vuota superficie terrosa, il grande spazio, il sapore orientale, quell’Oriente che in questo quadro si sente accomunare il mondo di “Nabucco” a quello di “Aida”. Qualcosa di più interno, di più toccabile, che un orientalismo: come se Morelli fosse in grado di toccare lui, con la pittura, quella zona di rapporto segreto fra il musicista e la storia nella sua fisicità, che noi possiamo immaginare da lontano.

Ci sono, a Casa Verdi, altri quadri, altre opere d’arte: i busti del grande Vincenzo Gemito che rappresentano Verdi, in bronzo fuso, e Giuseppina Strepponi, in terracotta. Gemito, destinato purtroppo allo sconvolgimento della mente, è uno scultore realista: per questo di Verdi si coglie l’eroicità pensosa e anche un po’ selvaggia, senza alcuna forzatura nel segno, e della Strepponi una più mite quotidianità.

Insomma, fra medaglie e oggetti che ricordano la vita e in qualche modo la presenza di Verdi, tra cui anche un suo pianoforte, ci sono anche opere dove la riflessione porta a una conoscenza più ampia, a prospettive non ancora studiate.

È interessante, nel cuore di una casa di riposo, un fatto culturale e artistico così stimolante. Ancora una volta, qui, la memoria si intreccia con la possibilità di procedere dalla memoria verso pensieri e proposte vitali, in maniera del tutto originale, e senza alcuna proclamazione. Verdi, d’altra parte, era in grado di fare un’intemerata contro il critico Filippi, della “Perseveranza”, che intendeva seguirlo alla “prima” dell’“Aida” al Cairo, perché gli sembrava che ciò appartenesse alla “propaganda”. Quel tanto di riottosità orgogliosa e di umile senso del limite, nella pazienza della storia, oggi ci prende di sorpresa.

Chi si occupa, anche attraverso un libro, di Casa Verdi, e sente presente questo pudico atteggiamento, a volte è quasi in imbarazzo. Vorrebbe scriver secco, senza lodare, senza guidare all’ammirazione. Ed è contrastato dall’esigenza di far notare, però, come un’iniziativa, un’istituzione, una cosa viva, abbia superato, il secolo di vita, e che possa, anche oggi, esistere senza sospetti, senza interruzioni.

Proprio alla maniera di Verdi che, forse per civetteria, forse per pessimismo, immaginava che la sua fama difficilmente avrebbe superato i trent’anni dalla morte, ma che fu sempre considerato uno dei personaggi forti, puliti, grandi della nostra storia. Non toccato da alcuna contestazione, ne antica ne moderna, se non quella dei dibattiti estetici legati al gusto, cominciati già durante la sua vita, e che sono sempre un po’ enfatici ma alla fine fattivi e corroboranti nella vita del teatro.

LE ATTIVITÀ DEGLI OSPITI

Uno guarda la tappezzeria della sala da pranzo di Casa Verdi, e resta un po’ colpito dal disegno di una specie di tenda. Se guarda bene, la sente stranamente significativa. A un certo punto, è come se la leggesse in modo chiaro: è un sipario!

E allora, si guarda intorno, gira per le stanze, incontra gli Ospiti e s’accorge che sono tutti come appena al di qua di un sipario di un teatro, pronti a curiosare al di là o addirittura a varcarlo di nuovo. Teatro d’opera, naturalmente. Perché qui c’è chi disegna o dipinge, chi si occupa addirittura di computer o ne fa uso, chi si interessa di letture o scrive; e ci sono gli strumentisti.

Ma quando i grandi o meno grandi cantanti vengono a tenere affettuosamente concerto, qui nella grande sala, ammettono che è un tuffo nel mondo dell’opera. Sarà la presenza del quadro di Verdi, uno dei famosi e magnifici quadri del Boldini qui riprodotto, sarà l’atmosfera tipica della civiltà musicale italiana, soprattutto di ieri, come qui si può in particolare avvertire, si sentono prima accolti con cordialità, poi come intimiditi da un ascolto esigente, da certi confronti che girano per l’aria, e ancora più da una specie di attesa forte, appassionata, di vivere di nuovo l’opera in maniera fonda e grande.

Ma non solo: è come se qui - dicono - fossero a rapporto, per così dire, dai colleghi musicisti più anziani: quelli che hanno avuto in sorte, fortunatamente o sfortunatamente, con vicende diverse, la responsabilità di trasmettere la verità bella e grande del teatro d’opera.

Alcuni Ospiti trasmettono ancor oggi l’arte del canto direttamente, così come altri trasmettono l’arte dell’esecuzione strumentale. Ci sono giovani studenti che vivono qui, come fossero borsisti, aiutati nel diritto di compiere la loro formazione; e ci sono anche persone di varia età che vengono dall’esterno per ricevere dagli Ospiti lezioni e consigli preziosi.

Mi chiedo che cosa possa significare, soprattutto per un cantante, essere lì, con un maestro che ha vissuto a lungo la sua arte, sentendo che tutt’attorno è un ambiente di musicisti, ognuno con una sua storia, e soprattutto lì a un passo dalla tomba del grande Maestro. Scendere, magari, dopo la lezione, proprio nella cripta, e pensare che le decorazioni del Pogliaghi, quelle che abbiamo visto come celebrazione del mondo dell’opera, sono state compiute su commissione generosa di Teresa Stolz, la grande prima interprete di “Aida” e altre opere di Verdi e di lui fortemente amica...

Lì, gli Ospiti di Casa Verdi continuano a misurarsi con la loro arte. Nel rapporto con lo strumento, nel rapporto con le composizioni, devono misurare volta per volta la loro energia, il loro timbro di vitalità, la progressione delle loro forze. La vecchiaia comporta accettazioni continue di realtà non scelte e costruzione accanita di realtà nuove che la compensino. Costringe anche a provare, anche talora in modo crescente, il limite proprio, l’insoddisfazione del non riuscire a possedere la musica come nella giovinezza

C’è chi dice che questo sia un allontanarsi dalla musica e dalle sue grandi ragioni. Io penso che sia la fase decisiva di quel sentimento del limite fisico, mentale di quella precarietà che noi “chiusi nel rozzo cofano d’argilla” del nostro corpo, come diceva Shakespeare, abbiamo la fatica e il dovere di sentire.

La musica è sempre al di là, irraggiungibile, eppure non meno è dentro a noi, presente, operante. Felice chi può comunicarla ancora con pienezza; felice anche chi soltanto può tendersi a riconoscerla, a ripensarla, a far sentire che esiste.

Casa di Riposo per Musicisti - Fondazione Giuseppe Verdi

piazza Buonarroti 29, Milano

info@casaverdi.org - +39.02.4996009

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